Nucleare, Iea: bene ritorno in Italia
L'atomo sulla Penisola garantirebbe un risparmio compreso tra i 4,5 e gli 11 miliardi di euro all'anno
Trecentodiciannove imprese, per lo più costituite tra la fine degli Anni 90 e l'inizio del 2000, originate prevalentemente come start up (nel 53% dei casi) e spin off accademici (24%).
Questi i numeri forniti oggi in occasione della presentazione del rapporto "Biotecnologie in Italia 2010" di Ernst&Young e Assobiotec, realizzato in collaborazione con Farmindustria e Istituto nazionale per il commercio estero (Ice).
Il rapporto offre un'aggiornata fotografia del comparto biotecnologico, analizzandone i trend di sviluppo e i settori emergenti, oltre che i punti di forza e di debolezza.
Nel panorama delle aziende italiane del biotech predominano le cosiddette pure biotech: 187 imprese, che hanno nelle biotecnologie il proprio core business. Tra queste spiccano le micro (41%) e le piccole realtà (27%).
Emergono per numerosità le aziende dedicate alla cura della salute (red biotech), ben 197 (pari al 61% del totale).
Le imprese si concentrano prevalentemente in sei regioni: Lombardia (36% del totale delle imprese), Piemonte (12%), Toscana (9%), Veneto (8%), Sardegna (7%) e Lazio (6%).
Gli addetti sono oltre 50.000, di cui 5.800 impegnati in attività di Ricerca&Sviluppo; il fatturato ammonta a 6,8 miliardi di euro, e gli investimenti in R&S a 1,1 miliardi di Euro.
La capacità di innovare la dimostrano i 233 progetti e prodotti in sviluppo (di cui 89 in fase di sviluppo preclinico e 144 in clinico), che trovano applicazione terapeutica nelle aree dell'oncologia (36% dei prodotti), dell'infiammazione e malattie autoimmuni (15%) e della neurologia e malattie infettive (entrambi 11%).
A questi si aggiungono ulteriori 69 progetti in fase early stage, che rappresentano una interessante promessa per il settore per i prossimi anni e che fanno salire a 302 i progetti e prodotti italiani complessivamente in sviluppo.
26-04-2010
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