Focus

Approvato decreto che privatizza l'acqua

Otto milioni di italiani non hanno accesso a quella potabile e diciotto milioni la bevono non depurata. Al Sud, perdite fino al 37% sul totale erogato

La privatizzazione dell'acqua è legge. Il decreto "salva-infrazioni comunitarie", contenente il provvedimento, è stato approvato dalla Camera con 302 voti a favore e 263 contrari. Le prime reazioni già dopo l'annuncio, con i 25 deputati del partito di Antonio Di Pietro (IdV) a sventolare manifestini che illustravano un'Italia "disidratata" e sopra la scritta: «Giù le mani dall'acqua». Rilevando poi come questo decreto piaccia «solo al presidente del Consiglio e ai suoi amici», l'ex-magistrato ha annunciato contro di esso anche un referendum abrogativo.

Tutto questo mentre, goccia a goccia, ogni giorno notevoli quantità di acqua potabile si perdono per strada, sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, per guasti, buchi, superfici interrotte che rimangono tali per anni.

Negli ultimi anni, inoltre, all'impatto ambientale si è aggiunto anche il costo economico, che si sta facendo sentire in tutte le aree del mondo. A causa del riscaldamento climatico, infatti, le risorse idriche di base si stanno progressivamente impoverendo, e questo fa dell'acqua un bene ancora più prezioso.
Di fronte ad uno scenario simile, non potevano rimanere indifferenti le numerose associazioni che sul tema sono impegnate da anni, come il Cispi, Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale. Tornando sull'approvazione del decreto, Guido Barbera, presidente dell'associazione, ha denunciato: «Dopo anni di malagestione, quando otto milioni di cittadini italiani non hanno accesso all'acqua potabile e 18 milioni bevono acqua non depurata, con punte di perdita che raggiungono il 37%, specie al Sud, si vuole affidare ai privati i lavori di ristrutturazione della rete necessari, che ammontano ad almeno 62 miliardi di euro».

L'Italia, sempre secondo Barbera, con condotte come questa non fa altro che mettersi in controtendenza con il resto d'Europa, dove casi come quello di Parigi dimostrano piuttosto come le nuove soluzioni vadano nel senso di una rinazionalizzazione.

«La gestione privata aumenta i costi e non risolve i problemi di manutenzione. Su questa strada, lasceremo in eredità ai nostri figli acque inquinate da industrie, residui fognari, prodotti chimici, pesticidi e pseudo fertilizzanti...», ha aggiunto Barbera. «Chiediamo invece al governo di guardare avanti - ha concluso il presidente del Cispi - evitando gli errori già fatti da molti, e impegnandosi concretamente nella richiesta alle Nazioni Unite di riconoscere il "diritto universale all'acqua" e la sua tutela come bene comune dell'umanità. Quando la gente non ha più le risorse sufficienti per vivere, non può neppure pagare l'acqua da bere, cucinare, lavarsi... e le aziende, non avendo profitto, prima aumenteranno i prezzi, poi rinunceranno alle concessioni. La storia in tanti altri Paesi insegna, tranne che nel nostro Paese! O forse sono i nostri politici che non riescono a comprenderlo».

19 Novembre 2009

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