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Malattie e pesticidi, l’ape non decolla più

Dopo 25 milioni di anni di intenso lavoro, la sopravvivenza del prezioso insetto è messa a dura prova: 500.000 alveari già andati distrutti nel 2010

«Se dovessero sparire le api dalla superficie della Terra, all'uomo non rimarrebbero più di quattro anni di vita. Senza le api non si ha impollinazione e quindi l'uomo sarebbe condannato all'estinzione!».

Probabilmente la famosa frase che per anni è stata attribuita ad Albert Einstein, non è mai stata pronunciata dallo scienziato, ma quel che è certo è che al di là della paternità, il ruolo dei preziosissimi insetti è innegabilmente vitale.

Le api infatti, producono il miele o "elisir di lunga vita" come lo definiva Pitagora e permettono la riproduzione del mondo vegetale facendo incontrare l'elemento maschile con quello femminile.

Il vento assolve in parte a questo compito, ma alcune piante necessitano invece del prezioso volo degli insetti che inconsapevolmente trasportano e lasciano sui fiori femmina il polline, ossia il seme maschile necessario per la proliferazione, favorendo anche incroci, rimescolando e variando i caratteri.

Le api, lavorando per loro stesse, contribuiscono involontariamente alla sopravvivenza dell'ecosistema, perché senza piante non ci sarebbe ossigeno per gli uomini.

Sono delle creature straordinarie che vivono l'una per l'altra, indissolubilmente legate tanto da poter essere considerate un solo organismo, in cui ognuna ha un ruolo fondamentale ma cementato all'interno di un unico gruppo.

Sono animali sociali, nessuna ape sarebbe in grado di sopravvivere fuori dall'alveare senza le proprie sorelle. Laboriose operaie fin dalla nascita, assolvono da 25 milioni di anni un compito fondamentale.

Questo compito è però messo a repentaglio da nemici che ne minacciano quotidianamente la sopravvivenza. Negli ultimi 20 anni diverse specie selvatiche si sono già estinte in alcune regioni e pesticidi, acari e malattie stanno continuamente decimando la popolazione mondiale.

In natura le varroa sono gli avversari più temibili: sono acari parassiti, tollerati e contrastati da un'altra razza d'api asiatica, ma assolutamente devastanti per la nostra ape domestica.

Attaccano i favi - le cellette di cera dove vivono le api - uccidendo gli occupanti prima della nascita o anche le larve e gli adulti, succhiando loro i liquidi interni e costringendo gli apicoltori a moltiplicare gli sforzi per evitare la diffusione del contagio.

A questo si aggiungono gli insetticidi di elevata e conosciuta tossicità, come ad esempio i neonicotinoidi con cui vengono conciate (ricoperte da una polvere) le sementi di mais, che hanno una doppia dannosa azione: decimazione diretta della popolazione delle api e contaminazione della rugiade del mattino con conseguenze nocive anche su altri organismi.

Nonostante la legislazione nazionale e europea abbia attivato una serie di provvedimenti in difesa delle api, il 2010 si presenta anche per l'Italia come un anno drammatico: 500.000 alveari distrutti da malattie per le quali non si riesce a diagnosticare una cura, ossia il 50% di tutto il patrimonio nazionale svanito all'uscita dell'inverno.

L'impegno, la passione e la cura che giornalmente 70.000 apicoltori ci mettono, purtroppo non riescono a preservare una delle maggiori ricchezze in Europa.

Segno che le misure prodotte non sono adeguate, anche se il governo, per il secondo anno consecutivo, ha sospeso l'utilizzo dei neonicotinoidi e ha investito 2.700.000 euro per il progetto Apenet, che finanzia la ricerca e monitora tutta la rete nazionale.

Ma in un Paese dove si utilizzano nelle campagne oltre 150.000 tonnellate di pesticidi, i neonicotinoidi non sono che una parte del problema, visto che in coincidenza delle semine continuano a morire api.

Il progetto poi, è contestato dalla Federazione apicoltori italiani insoddisfatta per i risultati inconcludenti raggiunti: la maggior parte del denaro speso, ossia 2.300.000 euro, è servito, dicono, per pagare missioni di personale, attrezzature, borse di studio ai ricercatori e consulenze, con gli alveari della rete di monitoraggio stati scelti senza alcun coinvolgimento della Federazione, presente capillarmente in tutta Italia.

Che i neonicotinoidi facessero male lo si sapeva già senza dover spendere 2.700.000 euro e infatti le api continuano a morire. Dopo 10 anni di risultati negativi, il 2009 aveva finalmente ridato il sorriso agli addetti del settore con il ritorno dell'allegro e operoso ronzio delle api, ma il 2010 ha dimostrato che la ricetta per aiutarle ancora non si conosce.

Marco Focaccetti

01 Luglio 2010

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