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Sacchetti in plastica nessun cambio in vista

Niente di fatto per la sostituzione degli "shoppers" tradizionali con quelli di origine vegetale. In Italia la lotta all’inquinamento può aspettare

Un secondo per nascere, venti minuti per vivere, più o meno 300 anni per morire. Storia di un sacchetto di plastica. Sarebbe bello se fosse un epitaffio ma difficilmente lo sarà. Non solo in Italia.

La fine degli shoppers in plastica avrebbe decorrenza dal 1° gennaio 2010, almeno secondo la Finanziaria dell'ultimo governo Prodi, ma il condizionale è d'obbligo in quanto ad oggi manca ancora un decreto attuativo che ne preveda modi, sanzioni e dunque applicazione.

Anche questa volta, da buoni italiani tiriamo a campare. In barba alla Finanziaria e, guarda caso, all'Europa. Del resto chi se ne importa che i sacchetti di plastica finiscano a milioni nell'ambiente uccidendo animali di ogni genere come le tartarughe marine che li scambiano per meduse. Chi se ne importa che tappezzino come indegni patchwork i nostri prati, le nostre spiagge, le nostre strade. Qualcuno prima o poi penserà a toglierli; del resto non c'è fretta, ci sono almeno 300 anni di tempo per farlo.

Nate nel 1933 con la scoperta del polietilene, le tradizionali buste per la spesa sono economiche, pratiche e ubique. Si stima che nel mondo se ne usino fra i 500 e i 1.000 miliardi all'anno. In Italia ne produciamo in un anno circa 300.000 tonnellate a fronte di un consumo annuale di quasi 400 a testa che fanno due miliardi in un anno, busta più busta meno. Sul riciclo poi meglio tacere: neanche tre su dieci vengono riciclate, mentre dedichiamo allo smaltimento di quel che resta 200.000 tonnellate di CO2 con le quali ammorbiamo ulteriormente l'atmosfera, che ne farebbe volentieri a meno.

Eppure era fatta. Il comma 1130 della Finanziaria 2007 era l'àncora di salvezza per liberarci dal polietilene, invenzione geniale ma datata pronta ad essere sostituita con bioplastiche reperibilissime sul mercato. Il tutto poi sarebbe avvenuto, una volta tanto, nel rispetto di una direttiva comunitaria, la EN 13432, norma davvero illuminata che colma alcune lacune non da poco contenute nella direttiva precedente che consentiva una certa confusione fra i termini "biodegradabile"e "compostabile". Ne sia esempio il sacchetto di polietilene con il marchio "biodegradabile".

Non necessariamente si tratta di sacchetti che si "disfano" nell'ambiente e che dunque possono essere lasciati dove capita tanto poi torneranno alla terra; in alcuni casi sono sacchetti di plastica a tutti gli effetti, con l'aggiunta di additivi contenenti metalli pesanti per favorirne la rottura in piccoli pezzi. Ma la dicitura "biodegradabile" può indurre in errore e far finire queste buste nel compost al quale rilascerebbero il loro pericoloso contributo di cobalto.

Le ragioni per procedere con gli atti di legge e rendere effettiva la norma ci sarebbero tutte. E invece no. Per qualche strana ragione preferiamo continuare a dipendere dal petrolio anche per fare la spesa, utilizzando 430.000 tonnellate di oro nero da trasformare in sacchetti. Un prezzo ambientale decisamente troppo alto per una comodità più che altro mentale.

A dimostrazione della velleità di alcuni proverbi, non siamo gli unici a non aver dato le gambe ad una norma bella e fatta; anche altri Paesi come Francia e Inghilterra sono al palo dopo annunci a vuoto senza provvedimenti. Non sempre mal comune fa mezzo gaudio. La politica è distratta e a oggi il requiem dei sacchetti di plastica è affidato alla buona volontà delle catene commerciali, molte delle quali - in effetti - hanno già fatto la loro parte dotandosi di shoppers di carta o, meglio, di quelli davvero biodegradabili realizzati in plastiche ricavate da scarti organici.

Ma anche la domanda dovrebbe fare la propria parte orientando il mercato e richiamando l'attenzione della politica: se ad ogni cassa di negozio rifiutassimo buste non ecologiche, certo dopo un po' l'offerta sarebbe diversa.  Se la busta alla cassa è una propaggine dovuta, alla quale proprio non possiamo rinunciare, pretendiamola almeno ecocompatibile. Quelle ecologiche esistono, la legge che prevede la fine di quelle in plastica anche. A mancare è solo la volontà.

Cristiana Savio

24 Agosto 2009

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