Focus

Consumo del suolo: emergenza per l'Italia

Il Belpaese brucia 250.000 ettari all’anno, contro i 44.000 della Germania e i 10.000 dell’Inghilterra a spese di coste, fiumi, valli e non solo

Il "supercondono" edilizio non è passato. Per il momento almeno, come dice Legambiente «la sanatoria più generosa della storia d'Italia non si farà».

Troppo poco però per tirare il fiato e dirsi vincitori. Stiamo pur sicuri che la questione si riproporrà a breve, ma soprattutto, lo scampato pericolo dell'ultima ora non mette l'Italia al riparo dai danni dell'esistente.

Stiamo parlando del consumo di suolo in un Paese lungo e stretto che ogni tre per due frana, si sgretola, si sbriciola. Un Paese delicato e bellissimo che meriterebbe tutta la nostra protezione - e quella dei Governi - mentre riusciamo a malapena a dargli la nostra indifferenza. Quando va bene.

Secondo l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), negli ultimi 80 anni in Italia ci sono state 5.400 alluvioni e 11.000 frane. Dati che ci riportano a Favara, all'Abruzzo, a Giampilieri: tragedie recenti, morti, feriti, paesaggi rasi al suolo. Accadimenti terribili ma che, per onestà intellettuale, non possiamo definire "catastrofi naturali".

Meno che mai in un Paese come il nostro così urbanizzato da avere - come denuncia il Wwf - solo il 28% del territorio distante più di tre chilometri e mezzo da un centro urbano e solo il 14% a oltre cinque chilometri.

Questo vuol dire che non possiamo dare la colpa alla natura se la terra frana dove non è sostanzialmente possibile tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un centro urbano. E in questa situazione, se frana, porterà con sé per forza di cose case, infrastrutture, fabbriche e poi case e ancora case.

Ma perché frana? Prima di tutto, quello che definiamo "suolo" non è un semplice ammasso di pietre e terra, ma un vero e proprio ecosistema e, come tale, viene compromesso dall'urbanizzazione.

Questa crea una barriera orizzontale fra suolo, aria e acqua che interferisce con le funzioni degli ecosistemi. Vuol dire che creare città e centri abitati significa costruire strade e l'asfalto impedisce la ricarica delle falde aumentando di conseguenza il rischio inondazioni perché la superficie viene resa impermeabile e l'acqua, invece di filtrare nel terreno, gli scorre sopra scivolando via.

Si riduce la portata di assorbimento del carbonio e dunque la capacità di contenere i cambiamenti climatici che, a loro volta, si ripercuotono sugli habitat che vengono così distrutti con un conseguente impoverimento della biodiversità.

Indubbiamente il consumo di suolo, per certi versi, è un'implicazione delle attività umane moderne che compromette i terreni e li trasforma in case, strade, ferrovie, ponti, siti industriali.

Abbiamo sempre fatto così ma questo comportamento non è conseguenza necessaria della civiltà del benessere. Anche perché a una visione non miope, il benessere umano è garantito solo se il consumo di suolo è limitato e assicura il mantenimento di ecosistemi vitali per il Pianeta.

In Italia il mostro famelico che divora territorio alla supersonica velocità di quasi 250.000 ettari all'anno è il cemento; e se calcoliamo che le montagne occupano il 30% del nostro Paese e le colline il 53%, resta appena un 18% di pianura da colonizzare. E' questo il regno dell'urbanizzazione, che vi si concentra per il 60%.

Ecco dove va a finire tutto il cemento che produciamo visto che ne siamo il primo produttore europeo (ma anche il primo consumatore) a spese di coste, fiumi, aree agricole. "Siamo tanti" si dirà, oppure "servono case". In realtà questo accade, più che altro, perchè in Italia si costruisce applicando una legge del 1942 quando il Paese era da ricostruire e da far ripartire. Ora le esigenze sono completamente cambiate e potrebbe valere l'esatto contrario.

Che siamo tanti è vero ma dal 1950 in tutta Europa le città sono cresciute del 78% a fronte di un aumento della popolazione del 33% appena. Sempre secondo il Wwf, la sola città di Palermo ha fatto corrispondere a un aumento di popolazione del 50%, un ampliamento dell'urbanizzazione del 200%.

Se poi consideriamo che l'aumento dei centri abitati determina un maggiore fabbisogno di trasporti e di energia, con conseguente aumento dell'inquinamento acustico e atmosferico, forse il trend tenuto finora non è poi un grande affare. Una pratica "tafazziana" alimentata dalla nenia che se non si costruisce non c'è sviluppo e quindi non c'è lavoro.

Ma è una falsa logica perché, lo sappiamo benissimo, l'attività edilizia arricchisce solo chi ha soldi da investire, crea pochissimi, spesso precari - quando non illegali - posti di lavoro ma in compenso distrugge irreversibilmente il nostro patrimonio naturale. E questo fa sì che anche chi ci guadagna alla lunga ci perda.

Un dato su tutti può fare luce su cosa vuol dire per l'assetto idrogeologico del Paese il "mercato delle costruzioni": in Italia questa fetta di economia poggia su quasi 6.000 cave in esercizio che producono qualcosa come 375 milioni di tonnellate di sabbia e ghiaia all'anno, oltre a 320 milioni di tonnellate di argille, marmi e molto altro. Senza contare le altre circa 10.000 cave dimesse per le quali non esiste, praticamente, alcun piano di recupero o riutilizzo.

Ma questa è solo una parte della questione perché al consumo di suolo non concorrono solo le cave ma tutti gli interventi umani che alterano pressoché definitivamente gli ecosistemi naturali.

Cementificare ogni centimetro quadrato, tagliare tutti gli alberi per fare posto a supermercati o posteggi, tombare corsi d'acqua per farci passare strade, sempre in nome dello sviluppo, in realtà non ci porterà lontano perché ogni squilibrio in natura si paga.

Le ultime cronache lo dimostrano una volta di più, anche se è vero che inglobati in quel bozzolo di cemento asfittico che sono divenute le nostre città, risulta difficile ricordarsi di fare parte di un sistema naturale.

E' anche vero che la percezione che l'uomo ha del proprio impatto sull'ambiente è decisamente bassa, ma è pure vero che in Italia a questa naturale tendenza si aggiungono altri fattori non meno rilevanti: il primo è la cronica mancanza di politiche di pianificazione del territorio che porterebbero - se ci fossero - non tanto a un blocco dello sviluppo, brandito come una spada da certa politica, quanto piuttosto a forme sostenibili di urbanizzazione, meno impattanti e più attente ai valori del paesaggio. Per capire quanto ne siamo lontani basti pensare che in Italia, a oltre 8.000 comuni, corrispondono più di 8.000 piani regolatori.

Il secondo fattore ha a che fare con l'uomo. L'italiano ha pochissimo senso civico e scarsissimo rispetto della "cosa pubblica". Lo possiamo constatare ogni giorno in strada, o - peggio - in montagna o al mare. Non c'è posto dove non ci siano rifiuti.

Allora, se non si è capaci di mettersi in tasca o in un cestino la carta di una caramella, se ci viene naturale seppellire cicche nella sabbia, se non siamo in grado di riportare a valle i resti nei nostri pasti in quota, non avanziamo falsi stupori e pietà pelose di fronte a un Paese che frana, perché è solo il figlio legittimo di tanto menefreghismo.

Se facciamo carte false per costruire laddove non solo la legge ma prima di tutto il buon senso lo impedirebbe, abbiamo un bel da appellarci a Dio di fronte alla tragedia. E' sempre e solo una questione di rispetto, da qualunque parte la si giri.

In pochi altri posti al mondo si assiste all'italico proliferare del redditizio partito degli abusivi. Variamente composto, per altro; da un lato il cittadino che vuole costruire in un certo luogo a ogni costo - vogliamo stare sul pezzo e parlare di Ischia ad esempio? - e dall'altro il politico o l'amministratore compiacente che dà il colpo di grazia per una manciata di voti. E' curioso come in Italia sia politicamente scorretto dire queste cose. Molto più che farle.

A suon di piani casa, condoni e chiusure colpevoli di entrambe gli occhi, continuiamo a violentare una Natura, per nulla "matrigna", che ha già cominciato a presentarci il conto.

Cristiana Savio

18 Marzo 2010

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