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Altro che Hopenhagen, i Big svendono l'accordo

Dopo il summit in Danimarca servono "profonde riduzioni nelle emissioni globali", ma non si entra nei dettagli: l'acrobazia diplomatica di Obama & C.

COPENHAGEN - Altro che Hopenaghen. Dalla Conferenza Onu sul clima nella capitale danese è uscita un'intesa al ribasso, figlia degli accordi stretti venerdì sera dal presidente Usa Barack Obama con i leader di Cina, India, Sudafrica e Brasile. Dalla stanza dei bottoni è rimasta fuori l'Unione europea, che ha accettato il compromesso di malavoglia, e i Paesi più poveri, che hanno piegato la testa solo sabato mattina. Alla fine i 193 Paesi presenti al summit hanno semplicemente "preso atto" del cosiddetto "Accordo di Copenaghen": un'acrobazia diplomatica che permette di rendere operativa l'intesa by-passando il veto minacciato dal Sudan, del piccolo Stato insulare di Tuvalu, nel Pacifico (il primo Paese che ha già avuto dei "rifugiati climatici"), e dai latinoamericani Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica.

Nel testo finale non ci sono obiettivi sulla riduzione globale di gas serra, ma solo la promessa dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo di formalizzare i loro impegni al riguardo entro il 1 febbraio. Eliminata anche la clausola sulla sigla di un nuovo trattato giuridicamente vincolante entro il 2010, così come il riferimento specifico alla possibilità di rivedere l'obiettivo di contenimento del riscaldamento climatico da 2 a 1,5 gradi, soglia che permetterebbe a Tuvalu e agli altri Stati più a rischio di non rimanere sommersi dalle acque. L'unico punto qualificante riguarda i finanziamenti: per l'adattamento dei Paesi in via di sviluppo all'emergenza clima sono in arrivo 30 miliardi di dollari per il prossimo triennio, e un nuovo fondo dal 2013 che dovrebbe arrivare a una dotazione di 100 miliardi di dollari l'anno nel 2020. Ma come ha sottolineato ieri il presidente del Brasile Lula da Silva, «c'è chi pensa che il denaro possa risolvere tutto: non è così».

Il cosiddetto Accordo di Copenaghen stabilisce che «servono profonde riduzioni nelle emissioni globali» in modo da «mantenere l'aumento delle temperature globali al di sotto dei due gradi», ma non entra nei dettagli. Non c'è nemmeno un obiettivo sul "peaking", ovvero l'anno limite entro cui il trend di crescita delle emissioni dovrà essere invertito. Secondo il testo questo dovrà avvenire «al più presto possibile», ma per i Paesi in via di sviluppo il punto di svolta arriverà più tardi perché prima devono pensare al loro sviluppo economico e all'eliminazione della povertà. Una precisazione che viene incontro alle richieste di Cina e India, desiderose di difendere il loro "diritto alla crescita".

L'intesa contiene anche un compromesso sulla questione della "trasparenza", oggetto di un durissimo scontro tra Washington e Pechino. Gli Usa, in sostanza, chiedevano un controllo internazionale sui finanziamenti ai Paesi poveri e sul rispetto dei loro impegni rispetto alla riduzione delle CO2, pari a quello a cui sono soggetti i Paesi ricchi nell'ambito del Trattato di Kyoto. La Cina, sostenuta da India e Cina, riteneva che tali meccanismi violassero la sovranità nazionale dei Paesi in via di sviluppo. Alla fine i processi di verifica internazionale sono previsti soltanto per le misure finanziate dai Paesi industrializzati, mentre tutte le altre azioni di "mitigazione" della crescita di CO2 ci potranno essere delle «consultazioni e analisi internazionali, secondo linee guida stabilite chiaramente che assicurino il rispetto della sovranità nazionale». In pratica i Paesi in via di sviluppo dovranno riferire al resto del mondo, ma non saranno soggetti ad alcuna sanzione se non rispetteranno gli obiettivi che si sono imposti.

La mancanza di un accordo giuridicamente vincolante significa che all'Onu si continuerà a negoziare sia sul rinnovo del Trattato di Kyoto, che prevede obiettivi vincolanti per i Paesi ricchi (ma non per gli Stati Uniti e il Canada che si sono chiamati fuori), sia sull'elaborazione di un nuovo accordo globale sul clima. «Questo è soltanto l'inizio», ha assicurato il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, sottolineando che se non altro l'Accordo di Copenaghen sblocca i fondi per i Paesi poveri.

Il commento delle associazioni ambientaliste, ovviamente, è molto meno generoso. «I leader hanno fallito nel tentativo di salvare il pianeta da cambiamenti climatici catastrofici: con l'attuale testo il mondo andrà incontro a un aumento di +3°C che mina l`esistenza stessa della nostra civiltà», ha accusato il direttore esecutivo di Greenpeace International, Kumi Naidoo. Oxfam, invece, punta il dito contro l'Ue, accusata di non essere riuscita a far valere le proprie ambizioni ambientaliste di fronte a Obama e al premier cinese Wen Jiabao. «L'Ue aveva un vero potere negoziale a Copenaghen, ma ha permesso a Usa e Cina di dominare la scena», ha dichiarato Tim Gore, rimproverando ai Ventisette di non aver messo sul tavolo l'offerta di aumentare il taglio delle emissioni dal 20 al 30%, e di aver accettato che finanziamento per i Paesi poveri scendesse da 100 miliardi di euro a 100 miliardi di dollari l'anno.

E l'Italia? Nei momenti decisivi è rimasta nell'ombra, complice anche l'assenza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, costretto a rinunciare al summit dopo l'aggressione subita a Milano. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo è rimasta fuori da tutti i tavoli di negoziato ristretto, incluso quello che giovedì notte aveva coinvolto Spagna e Polonia oltre ai soliti "big" Ue come Francia, Germania e Gran Bretagna. «Il testo concordato - ha commentato il ministro prima di lasciare Copenaghen - rappresenta un accordo minimale, che tuttavia consentirà di proseguire la trattativa in vista di un auspicato accordo globale il prossimo anno a Città del Messico», dove tra dodici mesi si terrà la prossima Conferenza Onu sul clima.

Alvise Armellini

19 Dicembre 2009

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