Ruoteperaria

«Auto in crisi? Tutto previsto»

Claudio Nobis, storica firma del giornalismo auto, analizza su "Ruoteperaria Magazine" di febbraio la crisi del settore tra difficoltà e speranze.

Cosa accade nel mondo dell'auto? Quali i motivi che hanno portato il settore a questo punto e quali scenari ci aspettano nell'immediato futuro? Claudio Nobis, firma storica del giornalismo italiano ed esperto di motori, ci aiuta a fare il punto e a capirne di più su questo momento difficile. 

Qual'è la situazione e perchè si è arrivati alla crisi?

In questo momento siamo in una fase di stallo: ovunque non si hanno ben chiare le idee e tutto è in divenire. Non c'è dubbio che l'intera industria dell'auto, dai marchi più importanti ai meno, è stata presa in contropiede dalla situazione. Eppure la crisi era dietro l'angolo, sarebbe arrivata comunque prescindendo dal grande disastro della Finanza. Perchè come si inizia ad ammettere, in Europa e nel resto del mondo è stata portata avanti una sovracapacità produttiva assolutamente fuori luogo. Si sono saturati i mercati fino all'inverosimile in attesa dei mercati emergenti, senza però rinunciare a niente. Si voleva avere di più sia da una parte che dall'altra. Morale della favola, la situazione era al limite con i mercati europei che già stentavano a fare crescite, a parte quelle fisiologiche di sostituzione in una misura del 2% circa. Quindi nel momento in cui si è bloccato il credito al consumo, su cui pesa il grande mondo dell'automobile - in Italia è tra l'80 e l'85% ma mediamente anche altrove - è scoppiata la bolla.

Come se ne può uscire?

Possiamo intuire più che il come, il quando. Il come lo dice già la logica del mercato e delle necessità. Finora il mercato è stato dominato dall'offerta, d'ora in poi a farla da padrone sarà la domanda, perchè l'offerta precedente non è più adeguata, costa molto, consuma troppo ed è fuori dalla portata di tutti. La domanda della gente adesso è diversa e dettata realmente dallo stato di necessità: in questo momento la domanda ideale, quella americana per intenderci fatta di mezzi grossi, belli e potenti non ce la possiamo più permettere. Dobbiamo tornare gioco forza alle auto più piccole. Gli americani si trovano proprio in questa situazione: sono pragmatici e quindi si accontentano di poco o niente, ma appena si abbasa il prezzo del petrolio danno subito il colpo di coda e ricominciano a chiedere Suv.

Sui tempi?

I tempi saranno ancora abbastanza lunghi. Le ultime analisi internazionali parlano di altri tre milioni di auto che nel 2009 non si venderanno rispetto al 2008 solo in Europa, altrettante grosso modo in America. Molti milioni di mezzi in meno da stornare dal grande bilancio mondiale che parla di ormai quasi 70 milioni di auto. Dobbiamo tornare indietro e abituarci a tenere "solo" 58 milioni di quattroruote.

La morte dell'auto in pratica

Non è corretto dire che l'auto stia morendo, sta semplicemente tornando nei ranghi. Finora si è vissuti su un mercato forzato, fatto di offerta estrema. Un pò come accaduto negli ultimi anni con i telefonini: più offri e più compro. Ora però la situazione è delicata, non ci sono molti soldi in giro è quindi è più difficile acquistare. Si pensi che la Hyundai negli Stati Uniti, per fare un esempio concreto, è arrivata a proporre una formula di finanziamento a tasso a zero con in più una clausola significativa: se il cliente, mentre paga la macchina, dovesse perdere il posto di lavoro la pratica si blocca. L'iniziativa è lo specchio del problema, eppure i costruttori sono costretti a fare delle scommesse pur di muovere qualcosa all'interno del mercato.

Quali i rimedi per limitare le perdite?

Offrire un credito al consumo tranquillo sarà l'unico modo per tallonare la caduta verticale delle vendite. I produttori devono rassegnarsi a ripensare i mercati nazionali: in Italia le vendite torneranno sotto i due milioni di auto, rispetto ai 2.300.000 attuali. E riuscirci sarà quasi un miracolo. Questo perchè abbiamo 10 milioni di auto con poco più di 10 anni, alcune delle quali vanno ancora bene a prescindere dal tasso di inquinamento prodotto. Quindi oggi la durata di un auto è di molto superiore al tasso di ricambio. L'alibi al cambio si trova spesso per le normative Euro 4 ed Euro 5, per la voglia che si ha di circolare liberamente. Le previsioni per il 2009 sono terrificanti al livello mondiale, anche se la situazione è diversa Paese per Paese. In Italia il mercato 2008 si è chiuso con 2.160.000 automobili vendute: non propriamente una tragedia, ma una flessione dovuta al fatto che grazie agli incentivi si erano vendute 350mila auto in più nel 2007. Il 2009 per gli addetti ai lavori è stimato in 1.850.000, uno standard decisamente accettabile. Questo per dire che, a mio avviso, nell'analisi del comparto automobilistico ci si lascia anche andare in maniera tragica. L'unico vero dramma sono i posti di lavoro, la cassa integrazione, la chiusura delle fabbriche.

Cosa potrebbe fare il nostro governo per supportare la crisi, considerando che i 17 miliardi di dollari che Obama offrirà alle case auto Usa non ce li abbiamo

Ognuno ha una falla pari alle proprie dimensioni. Obama ha a che fare con Gm, Ford e Chrysler: tre grandi marchi con tante fabbriche sparse sul territorio, il cui fallimento costerebbe caro a moltissimi lavoratori. Eppure sugli aiuti negli Usa non sono tutti d'accordo. I repubblicani, ad esempio, li contestano; per loro il libero mercato è sacrosanto, se devi fallire fallisci e pazienza per gli operai. Ma in America la crisi è in atto da diverso tempo. La descrisse molto bene Roger Moore, già nel 1989, col film "Me & Roger". In Italia il governo deve preoccuparsi solo della Fiat. Un'azienda che finora se l'è cavata e si sta dando da fare per trovare da sola una soluzione, avendo comunque alle spalle la cassa integrazione che già esisteva e nessuno le nega. Tutti perdono, ma perdono sui guadagni. Un conto è andare in rosso un conto è guadagnare di meno. La morale, dunque, in un quadro devastante sul piano dell'economia mondiale e del Pil di tutti i Paesi, è che il problema dell'auto cambi di valore a seconda del luogo. Se calerà il numero di costruttori ce ne faremo una ragione, il problema vero è salvaguardare il sociale: gli aiuti di stato devono andare a vedere non quante auto in più si possono fare o vendere, ma come ricollocare quanti hanno perso il lavoro.

Anche Toyota in crisi dopo decenni di attivo

Malgrado la cirisi i grandi marchi restano comunque ben saldi. A soffrire particolarmente sono le industrie più instabili. Come sempre i paragoni sono comodi: quando ci fu l'uragano Katrina a New Orleans, ad esser spazzate via furono le barache mentre i palazzi di cemento rimasero al loro posto. Inevitabile che in tempi di tempesta i danni vi siano, i guadagni siano inferiori, ma prima di parlare di difficoltà vere e proprie ce ne vuole. Quando parliamo di Toyota, parliamo della prima azienda che 10 anni fa decise di puntare sull'ibrido: una scelta che si è rivelata vincente e che negli ultimi anni è stata ripresa da tutti. Il suo è solo un livellamento verso il basso rispetto alle altre. La Gm è crollata, sostanzialmente fallita, così come Chrysler e Ford che stanno in piedi grazie ai sostegni. C'è anche chi, come il gruppo Wolkswagen o mercedes, è riuscito ad andare bene.

Detroit primo salone in tempo di crisi

E' stata una fotografia nitida della situazione. Parecchie le marche assenti, come Hyundai e Mitsubishi: un salone ridotto, con molti spazi vuoti, che certamente però torneranno a riempirsi in futuro. La crisi va metabolizzata e riassestata. Resta il dramma finanziario. Se continuano a fallire le banche e se i governi devono continuare a spendere soldi per finanziare il finanziamento allora si che saranno guai. La somma di due crisi fa l'effetto uragano.

11 Febbraio 2009

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