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Parlamento Ue adotta direttiva su reati ambientali

Legambiente: «Finalmente uno strumento legislativo per combattere le ecomafie. Ora l’Italia inserisca i delitti ambientali nel codice penale»

«Finalmente l'Unione Europea si dota di uno strumento legislativo in grado di contribuire alla lotta contro i crimini ambientali, con una direttiva che punisce le ecomafie con sanzioni pecuniarie o reclusione». Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, è soddisfatto che il Parlamento europeo abbia adottato oggi il testo dell'accordo raggiunto con il Consiglio in materia di reati ambientali.

«Purtroppo - precisa però Cogliati Dezza - in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia europea, le sanzioni dovranno essere definite a livello nazionale, anziché europeo, come previsto dalla proposta iniziale della Commissione. Legambiente si impegnerà con forza affinché il governo italiano faccia proprie le sanzioni previste dalla proposta iniziale della Commissione».

«Dietro ogni fenomeno di aggressione criminale all'ambiente - prosegue il presidente di Legambiente - si nasconde un interesse illecito. Questa nuova direttiva deve servire, ora, a completare il processo di riforma della normativa ambientale italiana, iniziato con l'approvazione nel 2001 del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti e mai concluso, procedendo una volta per tutte all'inserimento dei delitti ambientali nel codice penale».

Il Parlamento italiano ha istituito, nelle ultime quattro legislature, una Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, che ha sviscerato il business illegale in tutte le sue forme. Nel 2001 è stato finalmente approvato il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti.

L'Italia nel contesto internazionale può vantare, infatti, per certi versi un primato, visto che le attività della criminalità ambientale sono analizzate ormai con un certo dettaglio. Dalla pubblicazione del primo "Rapporto Ecomafia" di Legambiente nel 1994, le forze dell'ordine si sono strutturate con banche dati sui reati ambientali su scala nazionale e regionale, che vengono annualmente elaborati da Legambiente e pubblicati nel suo rapporto annuale.

Secondo Ecomafia 2007, nel 2006 sono state accertate in Italia ben 23.668 infrazioni alla normativa ambientale, il 45,9% delle quali sono state accertate nelle quattro Regioni a tradizionale presenza mafiosa (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia). Sono stati 4.409 i reati accertati nel ciclo dei rifiuti, il 35,5% dei quali compiuti nelle quattro Regioni più esposte al fenomeno delle organizzazioni mafiose.

Considerando tutto il ciclo dei rifiuti, che comprende l'intera filiera che va dal trasporto, al trattamento, allo stoccaggio e allo smaltimento finale, il business illegale stimato dall'associazione ambientalista supera i 5,8 miliardi di euro. Le inchieste condotte dopo l'introduzione del delitto di organizzazione di traffico illecito di rifiuti (unico del genere in Europa e che consente un'efficace attività investigativa), hanno consentito di accertare il coinvolgimento di 10 Stati esteri: quattro europei (Austria, Francia, Germania e Norvegia), quattro asiatici (Cina, India, Siria e Russia) e due africani (Liberia e Nigeria).

Il 47% dei rifiuti sequestrati erano diretti in Cina, il 16% a Hong Kong e il 12% in Irlanda. Secondo il rapporto sulla criminalità ambientale in Europa pubblicato nel 2003 dall'istituto di ricerca tedesco Bfu (Betreuungsgesellschaft für Umweltfragen), invece, dal 1992 al 2002 negli allora 15 paesi membri dell'Unione Europea sono stati censiti 122 casi di illegalità ambientale grave.

 

21 Maggio 2008

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