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Fusione a freddo, l'atomo che fa discutere

Venti anni dopo le teorie di Fleishmann e Pons l'argomento torna d'attualità. Tra scetticismo e speranze sono rimasti in pochi a credere nella ricerca

Evolvendosi, la nostra civiltà ha imparato a padroneggiare le diverse forze della natura per ricavare l'energia necessaria alla nostra sopravvivenza, alla nostra società e, ultimamente, anche ai nostri desideri superflui. Poiché in virtù di tale padronanza la popolazione umana è cresciuta moltiplicando i propri sfizi, oggi il nostro Pianeta fatica a fornire le risorse necessarie alla domanda energetica.

La scienza prova a supplire a questo squilibrio con svariate soluzioni, ma ognuna di queste per ora ha un'efficienza inferiore rispetto allo sfruttamento dei combustibili fossili. Solare, eolico, nucleare, geotermico, sono tutte parole che sembrano farsi concorrenza piuttosto che allearsi in un mix energetico intelligente. Eppure, al di là delle proprie campagne elettorali, tutte queste tecnologie sembrano far fronte comune contro un nemico subdolo di cui da almeno vent'anni non si sentiva più parlare: la fusione fredda.

Nel marzo del 1989 gli elettrochimici Martin Fleishmann e Stanley Pons, durante una storica conferenza stampa presso l'università dello Utah (Usa), annunciarono al mondo una scoperta che avrebbe rivoluzionato il destino energetico dell'umanità. Cercando di sfruttare alcune proprietà che i metalli hanno d'immagazzinare l'idrogeno, i due affermarono di essere stati testimoni di un fenomeno anomalo: la produzione di un'enorme quantità di energia sprigionata a livello nucleare. La novità, a differenza dei processi che avvengono nel sole e nelle centrali nucleari tradizionali, stava nel fatto che quella produzione era avvenuta a temperatura ambiente. Per questo motivo, infatti, fu denominata cold fusion.

Per qualche settimana serpeggiò la speranza di avere finalmente trovato la panacea dei mali energetici, mentre l'immagine dei due elettrochimici nelle vesti di moderni Prometeo rimbalzava sui media. Nella smania di comunicare un evento così importante, però, Fleischmann e Pons commisero l'errore fatale di "dimenticarsi" d'avvertire che tale fenomeno non era ancora riproducibile. Una leggerezza che si rivelò un boomerang tremendo perché fornì agli scettici un valido pretesto per affossare le nuove prospettive.

Da quel momento in poi, la fusione fredda scomparve dai libri di scienza per spuntare di tanto in tanto, timida ed emarginata, dalle catacombe della carboneria scientifica. I giornali non la curano più e le riviste scientifiche le hanno da tempo affibbiato l'etichetta di "frode". I pochi che ancora ci credono vanno avanti nelle loro ricerche come poveri investigatori fissati con un giallo che non interessa più a nessuno.

Si narra che nel 1991 l'allora presidente George Bush incaricò il celebre Mit, il Massachussets institute of technology, di provare a dimostrare quanto annunciato dai due stregoni ormai "bruciati". In breve il rettore del Mit, John Deutch, dichiarò che era tutto un errore, anche se alcuni oggi ritengono che i risultati tecnici esposti nel rapporto dimostrassero esattamente il contrario. Le vicende di chi lavorava su questi protocolli incrociarono quelle della politica e dell'economia in un intreccio perverso di attribuzioni di colpe, omissioni, bugie e discredito.

Nel frattempo, però, la ricerca andò avanti, soprattutto in Paesi come il Giappone e l'Italia. Dal 2000, poi, anche alcune multinazionali, ormai più ricche di interi Stati, hanno cominciato a svolgere ricerche sull'argomento fusione fredda. Che, nel frattempo, ha cambiato nome in Lenr, Low-energy nuclear reaction (Reazione nucleare a bassa energia), per provare a riproporsi con una nuova e immacolata verginità.

Nel 2003 alla luce dei nuovi risultati ottenuti da questa limitata "setta" di scienziati, il Doe (Department of energy) americano sconfessò le iniziali prese di posizione contrarie alla fusione fredda, elevandola a rango di disciplina da studiare alla pari di tutte le altre e, di fatto, ricominciando a finanziarne la ricerca. Da allora i progetti relativi alla Lenr si sono moltiplicati e, secondo i sostenitori, sono la dimostrazione della validità delle ipotesi. Gli scettici, invece, ritengono che l'interesse di dipartimenti e multinazionali abbia più a che fare con la speranza di ottenere un qualsiasi risultato a cascata, anche casuale, piuttosto che dimostrare la validità di certe teorie.

Di tanto in tanto, però, i media si ricordano della fusione fredda. Lo scorso marzo, infatti, proprio nel ventennale della conferenza stampa di Fleishmann e Pons, Pamela Mosier-Boss, affiliata allo Spawar (The Space and naval warfare systems center) di San Diego, ha proposto uno studio in cui sostiene di poter presentare quelle evidenze che i due elettrochimici non erano stati in grado di fornire.

«Se c'è una fusione in corso - rivela Mosier-Boss ai taccuini di tutto il mondo - allora ci devono essere dei neutroni. Ebbene, adesso li abbiamo individuati all'interno di una reazione Lenr». La presenza di questi piccoli proiettili sparati dalla reazione chimica, infatti, starebbe a dimostrare che è in atto una fusione nucleare a bassa energia.

Se il ventennale di quella rivoluzione mancata ha risvegliato l'interesse intorno alla fusione fredda, i credenti sottolineano che negli anni scorsi si sono ottenute evidenze non soltanto tramite l'inserimento di una barra di palladio in una cella elettrolitica piena di deuterio, un isotopo dell'idrogeno, ma anche immergendo barrette di oro e nichel in soluzioni composte da deuterio e cloruro di palladio. E proprio la struttura chimica del palladio, le cui concentrazioni sembrano essere fondamentali per la produzione di calore, è sotto la lente d'ingrandimento degli scienziati.

Altre evidenze con metodi alternativi, poi, sono consultabili su "New energy times", rivista dedicata a questo delicato settore della chimica che, quasi fosse una religione, ha diviso gli scienziati fra credenti e atei. Questi ultimi, però, oltre a dare spiegazioni socio-economiche dell'attenzione riservata alla Lenr, entrano anche nel merito dei valori ottenuti dagli esperimenti di Mosier-Boss.

Per esempio Mitch Garcìa, chimico di Berkeley, deluso dalla risposta che Mosier-Boss ha dato alla sua domanda relativa all'emissione di raggi gamma, ritiene che la scienziata californiana abbia misurato soltanto il rumore di fondo della reazione e non un segnale vero e proprio. Insomma, i dubbi restano ma la ricerca continua. Ai posteri l'ardua sentenza. Anche se in futuro i giudizi muteranno aspetto mille volte, ridestando e affossando la speranza di un'energia abbondante, pulita e sicura per la nostra specie.

Gianfilippo Parenti

25 Agosto 2009

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