L'incontro con Laura Delli Colli - nipote d'arte di "quel" Tonino Delli Colli maestro della fotografia, recentemente scomparso - un passato a La Repubblica e Panorama, presidente del Sindacato nazionali giornalisti cinematografici, avviene all'interno di un percorso di memorie cinematografiche e di condivisione su come il cinema italiano si occupi poco di sostenibilità
A parte rari casi, sembra che il settore non sia particolarmente attento all'ambiente.
Come livello di impegno del cinema italiano e internazionale siamo ancora molto molto indietro. Mi ricordo che quando di recente Di Caprio è stato a Roma con Scorsese per presentare il suo ultimo film, in cui l'ambiente non entra per nulla, a chi gli ricordava il suo impegno ecosostenibile ha risposto che si sente ancora troppo solo in questa battaglia malgrado il tema sia condiviso anche da altre star di Holliwood.
Eppure di esondazioni, alluvioni e difficoltà della natura in genere si fa parecchio uso.
Si ma per puro spettacolo. Non c'è una coscienza vera e propria: forse quest'ultima passa di più attraverso i documentari. Come ad esempio in Below sea level (Sotto il livello del mare) di Gianfranco Rosi, che ha avuto anche diversi riconoscimenti internazionali: a Venezia è stato premiato come miglior documentario. Altri riconoscimenti gli ha ricevuti a Bellaria, Praga, Salina, al Gran premio cinéma du réel di Parigi.
Per il resto proprio niente?
Trovo che manchi un vero e proprio discorso di denuncia. Poi, per carità, ci sono le eccezioni. C'è un recente film di Alessandro Di Robilant ambientato a Taranto, dal titolo Marpiccolo, che propone un buon discorso di denuncia che deriva dalla presenza sul territorio dell'Ilva. Una foto della società con tutti i suoi malesseri, le contraddizioni, le difficoltà, la disoccupazione, le violenze, il degrado che "girano" come mine vaganti.
E de "Il viaggio di una tartaruga", invece, cosa te ne è sembrato?
In Italia è impensabile che si produca un film come questo: è stato tra i più seguiti al Festival di Roma, seppur nell'area dedicata ai ragazzi! E' nato come un film per il grande pubblico, eppure è stato messo in una nicchia della manifestazione. Io l'ho presentato assieme al regista e anche come Sindacato nazionale Giornalisti cinematografici l'abbiamo sostenuto perchè ci sembrava un film intelligente e di contenuto elevato. Mi piace pensare che se un film in qualche modo richiami il senso dell'ambiente, l'acqua pulita, la natura incontaminata ne vada riconosciuto il valore.
Una sostenibilità indiretta, non diretta o come denuncia di problematiche: meglio questo che nulla però
Si, certo, ma un film comunque ambientato a casa nostra dove c'è la natura incontaminata, dove l'ambiente è parte integrante dell'assieme se pur non rappresentando il cuore del film.
Un po' come "I diari della motocicletta", "Fitzcarraldo", "Central do Brasil", dove il contorno genera e produce indirettamente sensazioni e attrazione verso l'ambiente, la sua permanenza, la sua difesa. Ma come si può ipotizzare un cinema di sostegno vero e proprio: possono servire manifestazioni a te ma come ad esempio "CinemaAmbiente" di Torino"?
Senza dubbio servono, anche se poi alla fine sono rassegne che restano comunque di nicchia. Il "Clorofilla film festival", per esempio, arranca tra tante difficoltà. Eppure è uno dei pochi festival green che esiste. E' una rassegna che ha una sua tematica, una sua logica, ma poi analizzandolo attentamente non offre pellicole di grossa presa e di particolare impegno sulla sostenibilità. Paradossalmente una fiction, talvolta, può fare di più da questo punto di vista laddove l'impianto coreografico dell'ambiente serve magari da cornice a una storia poliziesca; un intreccio che sarebbe tutto spettacolare e non di denuncia. Il riferimento, in tal senso, è sempre ai documentari che stanno tornando ad avere grande interesse come ai tempi d'oro del genere.
Cos'altro ci si può aspettare?
Potrà sembrare un paradosso, ma forse quello che ci può salvare sono proprio i cartoni animati, come alcuni proposti dalla Disney. Va riconosciuto senza ombra di dubbio che l'animazione sta facendo molto di più rispetto ad altri generi per sensibilizzare le nuove generazioni. Up, per esempio, è proprio una pellicola animata con un retrogusto che si rifà all'ambiente. La Disney, da Pocahontas in poi, eravamo nel cuore degli anni Novanta, ha iniziato un tipo di discorso in cui la scelta ambientalista è divenuta centrale e prioritaria. Però se esci da Michael Moore e da quel tipo di cinematografia è difficile trovare alternative, soprattutto italiane.
Insomma siamo davvero vicino allo zero! Ma secondo te oggi, al mondo, esiste un personaggio associabile a Cousteau?
No, assolutamente no. Anche se esempi positivi ci sono ancora oggi: pensiamo a Folco Qulici e ai suoi lungometraggi. Certo, per carità, è forse un cinema un po' didattico e didascalico. Ma come non ricordare opere come Tikoyo e il suo pescecane del 1960 o anche La grande strada azzurra di Gillo Pontecorvo del 1957, realizzati in anni in cui paradossalmente c'era più attenzione a un certo tipo di tematica malgrado ve ne fosse meno bisogno.
Eppure oggi ci sono stoffe, materiali da costruzione, componentistiche varie, macchine elettriche, pale eoliche e altra ancora. Manca all'appello solo un cinema all'altezza di questa "rivoluzione verde". Recentemente abbiamo incontrato Citto Maselli, uno dei padri del cinema italiano, il quale ha promesso che farà un film sostenibile. Potrebbere rappresentare un buon inizio non trovi?
Senza dubbio, anche se oggi sono proprio un certo tipo di impegno e di denuncia a esser venuti meno e che sarà complicato recuperare. Sarà difficile trovare una linea comune che passi attraverso la sostenibilità e si occupi di ambiente in maniera concreta e funzionale.
Giorgio Fasan
30 Marzo 2010