Libano del Sud, settembre 2010. Se il problema è stabilire dove finisce la sovranità libanese e dove inizia quella israeliana, allora è da lì che bisogna partire per raccontare il Paese dei cedri.
Un luogo alla continua ricerca della pace, quell'ossimoro chiamato Libano, uscito distrutto dalla guerra con Tsahal (il potente esercito israeliano) nel 2006, eppure vittorioso.
Dopo anni di risoluzioni delle Nazioni Unite e di ripetute di violazioni, di eserciti regolari o semplicemente riconosciuti tali, di sconfinamenti e di provocazioni, è il momento di stabilire "a tavolino", mese dopo mese, punto dopo punto, dove finisce la terra libanese incolta e abbandonata e dove i campi e i villaggi tirati a lucido del vicino israeliano. L'aridità dei campi di qua e l'avidità di un governo, di là.
«Gli alberi del sud hanno un frutto strano, sangue sulle foglie e nelle radici»: il sud di Billie Holiday è quello delle discriminazioni razziali nell'America di fine anni Trenta, venticinque anni prima della marcia su Washington di Martin Luther King.
Lontano nel tempo e nello spazio dal piccolo sud libanese. Ma la violenza ha prodotto "strani frutti" anche nello stato asiatico: i frutti marci del conflitto contro Israele.
I poveri campi di tabacco in questa zona di confine si fanno strada tra distese di mine. Chissà quanto tempo passerà prima di poter rivedere i colori della vita nelle campagne oltre il fiume Litani.
Terra bellissima e magica, storica roccaforte del movimento sciita di Hezbollah, che si è fortemente radicato dopo la guerra dei 33 giorni dell'estate 2006.
Probabilmente a Unifil, la forza multinazionale di pace schierata nel sud del Paese, con le forze a disposizione, non basterebbe un secolo per sminare la cosiddetta Blue line, la linea di demarcazione tra Libano e Israele, tracciata dalle Nazioni Unite per verificare il ritiro delle forze israeliane. Ma la pace da queste parti passa attraverso un campo minato e il filo spinato.
Anzi: si parla di 1.010 campi minati al sud e 400.000 mine interrate, cifre arrotondate per difetto naturalmente. Anche qui si muovono con cautela le forze militari italiane (operazione "Leonte"), uomini e donne impegnati quotidianamente nella faticosa attività di sminamento concentrata, dal 12 maggio, su tre campi.
Pochi metri al giorno in faticosi turni da quaranta minuti, o anche meno, che iniziano all'alba. I militari in questa zona di confine (a sei chilometri dalla base di Shama) portano addosso il peso di tuta e casco protettivo e probabilmente di una pace tutta da conquistare, pillar dopo pillar.
L'obiettivo è, appunto, pulire la terra dalle mine, ovvero creare "corridoi" sminati per innalzare al cielo quei bidoni blu (i blue pillars) con la sigla UN, insomma un confine condiviso.
La strada che da Shama porta alla Blue line è breve e polverosa. L'odore di terra sui mezzi militari "leggeri", i VM90, è quasi nauseante. E' lo stesso odore dei vestiti, dei capelli e delle mani.
Il sole è forte e l'ombra insegue il mezzo sul terreno, un'ombra nella polvere dei villaggi distrutti e ricostruiti, che non hanno mai perso la forza di rinascere e l'orgoglio della loro identità.
L'indicazione del ristorante Blue pillar segnala che non manca poi molto al confine e al desiderio di una vita normale e pacifica. Così le ore trascorrono lente per quelle donne sedute al fresco a guardia di scheletri di case perennemente in costruzione.
E non deve essere facile per gli uomini andare a coltivare i campi o guidare un trattore fra quei budelli attraversati continuamente da mezzi militari, per quanto la presenza Unifil sia sostanzialmente accettata dalla popolazione.
Ci vuole pazienza su questo terreno sempre in bilico tra pace e guerra. E mentre sul confine i Tripartite meeting tra forze armate libanesi (Laf), Israeli defence force e Unifil si susseguono, i militari (molte le donne) scavano, metro dopo metro e la loro vita è scandita da accelerazioni e pause: si opera prima con strumenti da giardiniere, poi con le mani, delicatamente, poi con il cerca metalli, e infine sarà la volta degli esperti del Genio.
Per procedere più alla svelta nella bonifica le mappe sono fondamentali. Tuttavia, mentre l'esercito israeliano aveva fornito quelle precedenti al ritiro del 2000, dopo l'ultima guerra di quattro anni fa non ha dato tutte le mappe, ma la loro consegna avviene sotto richiesta.
No, non si tratta di bonifica umanitaria, purtroppo, quella è stata fatta soltanto nella fase successiva al cessate-il-fuoco del 2006.
Sicuramente non è abbastanza per sradicare l'ininterrotta piantagione di mine che è il Libano a sud del fiume Litani, così lontano dalla Beirut che pure sta riprovando faticosamente a rifiorire. Strani frutti della guerra. Qui fioriranno pillars, per il momento.
Raffaella Angelino
25 Ottobre 2010