Focus

L'uomo porta il lupo fuori dalle favole

Indispensabile per la catena alimentare, questo carnivoro regola l’equilibrio degli habitat. Ma la competizione col genere umano ne mina l'esistenza

"Lupus in fabula", "homo homini lupus", "il lupo perde il pelo ma non il vizio", "a furia di gridare al lupo al lupo": potremmo stare qui a lungo a declamare massime, aforismi e proverbi sui lupi tanti ce ne sono.

In ogni caso, da Cappuccetto Rosso in avanti, quando un lupo incontra un uomo non gli va mai troppo bene. A chi ci dice "in bocca al lupo", infatti rispondiamo "crepi". Retaggi di tradizioni ataviche continuano ad abitare nel nostro vocabolario, ma per conoscere il lupo non serve a nulla scomodare Hobbes.

Nella realtà parliamo di un magnifico predatore che da sempre suscita emozioni forti, troppo spesso bistrattato dall'ottusità delle credenze popolari e portato sull'orlo dell'estinzione dalla paura generata dall'ignoranza.

Nei fatti il lupo è un animale coraggioso ma schivo, di una bellezza ipnotica, dotato di sensi prodigiosi: riesce a fiutare presenze estranee anche lontanissime.

E' un cacciatore selettivo che sceglie gli animali più deboli, più vecchi o malati. Inoltre ha ottime capacità di adattamento, all'ambiente come alle circostanze, può anche cibarsi di carogne in mancanza d'altro.

Indispensabile anello della catena alimentare, questo grande carnivoro - come tutti i predatori - regola l'equilibrio degli habitat che occupa, evitando che le popolazioni di ungulati crescano eccessivamente.

Ma nel fare questo entra inevitabilmente in competizione con l'uomo che batte gli stessi territori a caccia di quegli animali (caprioli, cinghiali, cervi e camosci) che il lupo seleziona; una condizione che di certo non aiuta qest'ultimo.

Agli inizi del 1900 il Canis lupus era presente in tutta Italia tranne in Sardegna e nelle isole minori, poi, dopo uno sterminio senza regole che lo ha portato a sparire dalle Alpi intorno agli anni Venti del 1900, il lupo l'ha fatta in barba al suo antagonista ed è lentamente tornato a riprendersi qualche fetta di territorio.

Il minimo storico della sua presenza nel nostro Paese si registra nel 1971 quando ne rimanevano più o meno 200 esemplari. Fu allora che in Italia la caccia al lupo venne vietata per legge.

Da allora ha ricolonizzato le patrie montagne dall'Abruzzo al Piemonte passando per i boschi della Maremma e per le Alpi Marittime. Ha ripopolato le zone montane che l'uomo gradatamente abbandonava e che per questo si sono arricchite di prede.

Attualmente le cose per il lupo in Italia non vanno malissimo, «la situazione non è ottimale ma è abbastanza buona - commenta Vittorio Bosser Peverelli, responsabile dell'Osservatorio piemontese Fauna Selvatica - considerando che il lupo non ha grandi nemici se non l'uomo».

Oggi nel nostro Paese, dove per altro il lupo non si è mai estinto, se ne contano 500-1.000 esemplari, una cinquantina solo in Piemonte, suddivisi in circa 12 branchi.

Una concentrazione non casuale perché è proprio lì che da una decina d'anni viene attuato un programma di cooperazione transfrontaliera con la Francia denominato "Progetto Lupo". Un lavoro che, con estremo rigore scientifico, ha consentito di tracciare una mappa precisa di questi splendidi animali.

Il rigore metodologico ha permesso alla ricerca di essere inattaccabile e persuasiva, qualità indispensabili per il successo del progetto, in quanto laddove si ha a che fare con i lupi non si è mai solamente in un ambito biologico ma si entra inevitabilmente anche in una sfera culturale piena di mistificazioni.

L'iniziativa ha coinvolto direttamente gli allevatori i cui animali restano vittime degli attacchi dei lupi avviando, insieme al monitoraggio, un sistema per la riduzione dei conflitti nel quale informazione e divulgazione si sono dimostrate fondamentali proprio per mitigare le problematiche che i pastori, fino ad allora impreparati, si sono trovati ad affrontare con il ritorno del lupo in quelle terre.

Anche grazie alla collaborazione degli stessi allevatori è stato così possibile conoscere nei dettagli la popolazione di lupi e i branchi presenti nella Regione, le dinamiche di dispersione e l'impatto sugli allevamenti.

I pastori coinvolti, grazie alla vicinanza di un team di veterinari e al rimborso dei danni subiti insieme a un premio speciale per coloro che gestiscono il pascolo secondo le indicazioni dei ricercatori, sono il punto di forza del progetto.

Per gli attacchi al bestiame viene sempre incolpato il lupo anche se il responsabile non è sempre lui: «Quando facciamo i sopralluoghi per vedere i capi ammazzati o feriti - conferma Bosser Peverelli - non riusciamo a stabilire con una buona percentuale di correttezza se l'attacco è stato opera di un lupo o di un cane. E molto spesso di tratta di cani».

Tuttavia in Piemonte gli indennizzi coprono sia gli attacchi dei lupi che quelli dei cani «per una questione di pace sociale - dice l'esperto - in quanto sovente non si riesce a risalire al padrone del cane responsabile dell'attacco».

Prima fra le buone pratiche che gli allevatori hanno imparato, l'utilizzo di cani pastore adeguati, preferibilmente maremmani muniti di collare chiodato, animali che vengono allevati insieme al bestiame fin da cuccioli, in modo che il loro istinto naturale li porti a difendere quelli che identificano come loro simili.

Vere e proprie "armi bianche" contro gli attacchi del lupo ma per difendere gli armenti servono anche pascoli delimitati da recinti elettrificati e il ricovero notturno delle greggi in rifugi riparati.

Assistenza e garanzie quasi totali per i pastori dunque, perché, come sintetizza Bosser Peverelli, «il problema più grosso è la conflittualità sul territorio e allora per tutelare il lupo bisogna prima di tutto tutelare i pastori».

Del resto abbiamo coesistito per migliaia di anni con i lupi, sarebbe assurdo non riuscissimo a farlo adesso, tanto più che lo spazio a loro disposizione oggi è aumentato.

Concordano i ricercatori nel dire che i lupi, oggi come ieri, sono temuti più per ciò che rappresentano nell'immaginario collettivo che per il rischio che realmente comportano.

Infatti si stima che in Italia causino la morte di circa 2.000 pecore all'anno, ma dove ci sono uomini difficilmente ci sono lupi; il nostro odore è sufficiente a farli andare da tutt'altra parte.

Ma bastano i numeri del "Progetto Lupo" per capire la portata della suggestione popolare: negli ultimi tre anni in Piemonte si sono spesi fra i 55 e i 60.000 euro all'anno per i lupi, «una cifra ridicola - sottolinea il responsabile dell'Osservatorio piemontese - se pensiamo che il cinghiale fa danni per tre milioni di euro all'anno nel solo Piemonte».

Se è vero che il lupo si difende abbastanza bene da sé, è anche vero che restano i problemi degli incidenti stradali e, soprattutto del bracconaggio che incide per circa il 10-20% sulla popolazione dei nostri lupi.

Per fare luce su queste dinamiche si è tenuta di recente a Torino la "Wolf conference", convegno internazionale che ha messo l'accento non solo sul monitoraggio dei lupi ma soprattutto sulla loro presenza all'interno di un sistema molto antropizzato come l'Europa.

Ridurre al minimo problematiche e conflitti serve a mantenere in buona salute i predatori che si sono insediati sulle nostre montagne limitando al massimo, ad esempio, gli avvelenamenti.

Avere poi sotto controllo la dislocazione degli animali nei territori che occupano serve anche a fare buona prevenzione, indispensabile per la coesistenza con l'uomo. Se le greggi e le mandrie sono protette e difese i lupi, animali furbi ed intelligenti, si orienteranno verso prede selvatiche.

I romantici si rassegnino: il dolce "Due calzini" di Balla coi Lupi, "Zanna bianca" o il tremendo lupo delle favole non esistono, perché non ci sono lupi buoni o cattivi ma solo predatori che fanno i predatori.

E l'uomo? Non smetterà mai nemmeno lui di fare l'uomo, ci si augura però che prima o poi impari a rispettare il resto dei viventi, lupo compreso.

Cristiana Savio

26 Luglio 2010

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