Si chiamano medicine non convenzionali (Mnc) quelle pratiche medico-curative diverse dalla medicina ufficiale occidentale, meglio nota come medicina allopatica.
A differenza di quest'ultima le Mnc, mirano a ristabilire l'armonia dell'individuo concentrandosi più sugli squilibri alla base del malessere che sul semplice sintomo. Contrariamente a quanto si possa pensare non tutte le medicine alternative derivano dall'Oriente.
Alcune, infatti, come ad esempio l'omeopatia, sono figlie della civiltà occidentale, dove l'utilizzo della farmacologia chimica è ormai il metodo più usato per curare tutte le malattie. In Italia le Mnc riconosciute sono nove: agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica, omeopatia, medicina antroposofica, chiropratica, fitoterapia, omotossicologia e osteopatia.
Oggi, secondo l'Eurispes, sono circa 11.100.000 i cittadini che ricorrono a terapie alternative per alleviare patologie più o meno gravi (il 18,5% della popolazione, con un incremento dell'8% rispetto al 2000). Il settore è decisamente in crescita.
Nel 2007 la spesa per questo comparto è stata di 300 milioni di euro, cifra che ha fatto confluire nelle casse dello Stato più 40 milioni derivati dalle aliquote fiscali. Eppure, nonostante i rimedi naturali siano regolarmente tassati e i pazienti crescano costantemente, nel nostro Paese non esiste ancora una legge che regoli la materia Mnc.
L'Unione europea ha detto la sua sull'argomento con due risoluzioni: nel 1997 e nel 1999. In questi documenti, prendendo atto della diffusione delle medicine non convenzionali, l'Ue ha invitato gli stati membri a garantire ai cittadini la massima libertà di scelta nelle terapie e "un'informazione più corretta sull'innocuità, la qualità, l'efficacia di tali medicine".
Ma le risoluzioni non sono vincolanti e si traducono in semplici raccomandazioni. Così, mentre Regno Unito, Francia, Austria e Germania si sono adeguate alla linea europea, il nostro Paese è rimasto fanalino di coda. Mancando una legge che regoli la commercializzazione, le aziende non possono fare pubblicità ai loro rimedi e nemmeno inserire un foglietto illustrativo nelle confezioni per riferire su indicazioni terapeutiche e posologia.
Un'anomalia tutta italiana che viene denunciata con forza dagli specialisti del settore. Anche il disegno di legge in discussione in Parlamento per regolamentare la materia non soddisfa i sostenitori della medicina olistica, al punto che alcuni operatori hanno deciso di proporre una legge di iniziativa popolare per metterci al passo con gli altri Paesi europei.
E l'Istituto superiore di sanità? Invece di premere sulle istituzioni affinché si legiferasse in materia, ha deciso di rivolgersi direttamente ai cittadini con la campagna ''Informare per essere consapevoli''. L'argomento è la sicurezza dei prodotti della medicina dolce. Il messaggio: "Sono naturali ma se usati male possono essere pericolosi".
Ovviamente attorno alle raccomandazioni dell'Iss si è sviluppata immediatamente una polemica. Il dato che ha suscitato disappunto è stato quello riferito agli effetti collaterali: 400 casi di reazioni avverse in otto anni, di cui tre mortali.
Significativo il commento di Paolo Roberti Di Sarsina, membro del Research council for complementary medicine di Londra e del consorzio di ricercatori europei Cambrella: «Sono 67.000 le segnalazioni che giungono ogni anno ai centri antiveleni, e un terzo di queste riguardano intossicazioni, anche gravi, causate da farmaci chimici: perché allora l'Iss non promuove una campagna anche su questi?».
Anche l'ambiente rimane intossicato dai farmaci. Quando ingeriamo una medicina dovremmo ricordarci che, parte di quel principio attivo, dopo aver attraversato il nostro corpo, si disperderà nell'ambiente. E pochissimi depuratori nel nostro Paese sono in grado di bloccare questo tipo di sostanze.
Si chiama inquinamento da farmaci, un fenomeno poco studiato e discretamente "scomodo" per il comparto big pharma. Il paziente è la principale fonte, poi vengono lo smaltimento scorretto e l'industria farmaceutica. Uno dei primi monitoraggi sul tema è stato condotto proprio in Italia e pubblicato su The Lancet nel 2000.
Il risultato è che nelle acque lombarde e nei sedimenti dei fiumi Po, Lambro e Adda - nonché negli acquedotti di Varese e Lodi - è stata rilevata la presenza di antibiotici, antitumorali, antinfiammatori, diuretici, antipertensivi e altro. Ovviamente, accanto ai farmaci per uso umano, vanno considerati anche quelli per uso veterinario.
La Lav (Lega anti vivisezione) ha calcolato che - assieme alla carne - nei nostri piatti arrivi una dose di farmaci equivalente a quattro cure antibiotiche l'anno. Questi residui chimici, oltre a contaminare acqua e terreno, fanno sì che i batteri si "abituino" alla sostanza e diventino duri a morire.
E' per questo motivo che l'Oms ha dichiarato la farmaco-resistenza una delle tre principali minacce per il futuro; ed è per questo che dagli Usa ci fanno sapere che serviranno 10 nuovi antibiotici entro il 2020. Un circolo vizioso, un vicolo cieco. Eppure ridurre il consumo di farmaci è possibile; perché per molti disturbi un'alternativa esiste e il cittadino ha il diritto di conoscerla.
Silvia Lanzarotto
20 Aprile 2010