Focus

Crisi del Mediterraneo, lenta agonia nel silenzio

Ogni giorno veri e propri killer contribuiscono a spegnere il “Mare nostrum”. Colpa dell'inciviltà diffusa e di politiche di gestione inappropriate

Il Mar Mediterraneo sta morendo. Sta morendo per il comportamento scriteriato dell'uomo che lo usa come una discarica o ne sfrutta le risorse in maniera criminale.

Per questo l'Enpa (Ente nazionale protezione animali) ha organizzato una campagna dal titolo "Salviamo il mare", con il sostegno di Lifegate, advisor e network che promuove un nuovo stile di vita attraverso tutti i suoi organi di comunicazione.

Saranno coinvolte nove località, oltre a Fiumicino (Roma) da cui è partita l'iniziativa: Genova, Livorno, Talamone, Isola del Giglio, Argentario, Giannutri, Ponza, Ventotene e Napoli.

Nove tappe raggiunte dal Maud, un motoveliero del 1927 e dal suo comandante Salvatore Di Brigida, con il Mar Tirreno a fare da cornice per "coinvolgere, informare, conoscere e rispettare" tutto il mare e in particolare il Mare nostrum inevitabilmente parte della storia della nostra Penisola.

Partire dai cittadini per far capire loro quanto grandi e importanti siano le scelte di ognuno perché il vero cambiamento può essere fatto dal basso, grazie ai piccoli comportamenti di tutti i giorni.

Ventiquattro Paesi, 250 milioni persone, che si affacciano su 46.000 chilometri di costa ogni giorno contribuiscono per il 70% a inquinare il Mar Mediterraneo che impiega quasi 100 anni per rinnovare le sue acque attraverso lo stretto di Gibilterra.

Nel dossier redatto dall'Enpa si parla di veri e propri killer che quotidianamente - e troppo silenziosamente - infestano il mare. Un solo grammo di petrolio inquina un metro cubo d'acqua, con conseguenze tragiche sulle 10.000 specie che popolano il ricchissimo ecosistema del Mediterraneo.

Uccide e causa ulcere, intossicazioni del fegato e di altri organi, distruggendo il sistema immunitario dei pesci ed entrando inevitabilmente nella catena alimentare di cui anche gli uomini fanno parte; devasta l'habitat vegetativo e liberando anche sostanze volatili riesce a raggiungere animali e persone a distanza di moltissimi chilometri.

Tonnellate di petrolio finiscono ogni anno nel mare più celebre che bagna la Penisola, per incidenti, piccole perdite o vere e proprie azioni criminali di chi pulisce illegalmente le cisterne. Il 60% del commercio internazionale passa nel Mediterraneo, con il 27% di tutta la raffinazione mondiale.

C' poi la plastica che uccide ogni anno due milioni di uccelli e 100.000 mammiferi marini. Scambiata per cibo provoca soffocamento, blocchi intestinali e lesioni all'apparato digerente.

Rilascia sostanze tossiche e ne raccoglie delle altre danneggiando i tessuti dei cetacei al vertice della catena alimentare. Molti Paesi hanno ridotto o vietato l'uso dei sacchetti che contribuiscono all'emissione di CO2; l'Italia ne ha solo prorogato la dismissione, prevista nel 2010, di altri due anni non rispettando i limiti imposti dal protocollo di Kyoto (per questo è già stata multata per 555 milioni di euro).

Le cicche di sigarette inquinano più delle bottiglie di plastica rappresentando il 40% di tutti i rifiuti tossici del Mediterraneo. Sono composte da nicotina, polonio 210, l'acetato di cellulosa e sostanze volatili tutte dannosissime per animali e ambiente.

L'ultimo killer è rappresentato dai reflui degli allevamenti e delle industrie, fertilizzanti e sostanze chimiche che oltre a inquinare, favoriscono la proliferazione di alghe e piante acquatiche la cui presenza eccessiva sottrae l'ossigeno, vitale per gli animali marini.

Accanto all'opera di sensibilizzazione sono però anche necessarie politiche appropriate, e per questo l'Enpa ha presentato tre proposte concrete al governo: vietare l'uso e la produzione di buste di plastica; regolamentare le attività sul mare; colmare il vuoto legislativo in materia di pesca con reti illegali e cattura di specie protette.

In ultimo evitare che l'Italia paghi multe per l'inadeguatezza delle misure in essere. Infatti una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, recepita anche dall'Unione europea, ha vietato l'uso delle spadare, un tipo di rete di cui esistono diverse versioni, lunghe anche chilometri e lasciate alla deriva in alto mare, che catturano non solo i pesci spada ma indiscriminatamente ogni forma di vita che passa nelle vicinanze (dalle sardine, ai delfini e alle balene).

L'Italia è stata condannata nell'ottobre 2009 dalla Corte di Giustizia Europea per non averne bandito l'uso attraverso politiche e controlli appropriati: sono stati infatti elargiti 200 milioni di euro per dar modo ai pescatori fuorilegge di riconvertire le proprie reti, ma non avendole ritirate, alcuni di loro - come documentato da Greenpeace - hanno preso i soldi continuando a usarle, eludendo i controlli della Guardia costiera.

Se a ottobre prossimo il governo non avrà sciolto le incongruenze legislative subirà una condanna definitiva e una multa di circa 700.000 euro al giorno.

L'unico rimedio è cambiare rotta, smettendo di considerare il mare come una enorme pattumiera o una fonte inesauribile da sfruttare, per ripartire, prima che si arrivi al collasso, dalle parole di Pablo Neruda "Ho bisogno del mare perché mi insegni".

Marco Focaccetti

26 Luglio 2010

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