Focus

Spazio, ultima frontiera della spazzatura

Sempre più fequenti gli eventi che riportano in auge il dibattito sull'immondizia cosmica. L'esperto: «Un problema a portata di tecnologia»

Nel capolavoro di animazione Wall-E di Andrew Stanton, l'umanità, seppur a ranghi ridottissimi, s'imbarca su un'enorme astronave per fuggire il pianeta Terra ormai sommerso dai rifiuti e spingersi alla scoperta dello spazio verso orizzonti ignoti.

Ma cosa ne sarà di noi se, nell'istante in cui decidessimo di fare delle nostre vite una nomade carovana stellare, la via d'uscita fosse ermeticamente sbarrata da una massa invalicabile di spazzatura orbitante intorno alla Terra?

Sembra una domanda fantascientifica, ma il problema è più reale di quanto i nostri occhi non riescano a vedere. Negli ultimi mesi, infatti, si sono ripetuti eventi che hanno riportato in auge il dibattito sulla "spazzatura cosmica", facendo affacciare all'orizzonte un problema concreto.

Lo scorso febbraio si è registrata la collisione fra un satellite privato americano destinato alle telecomunicazioni (Iridium 33) e uno russo in disuso da quasi cinque anni. A marzo gli astronauti ospitati all'interno dell'Iss (International space station), sono stati costretti a evacuare la navicella per il temuto arrivo di un frammento di spazzatura la cui traiettoria avrebbe potuto impattare con questo avamposto umano.

Le idee per risolvere il problema sono molteplici, ma poco fattibili sia sul piano energetico che tecnologico. Dei circa 17.000 oggetti presenti nello spazio oggi, soltanto un migliaio sono attualmente operativi. Il resto è composto da detriti di razzi, satelliti e carburante congelato prodotti da collisioni ed esplosioni perlopiù accidentali.

Questi frammenti si concentrano principalmente nella fascia definita "Leo" (Low earth orbit), orbita che si estende dai 200 ai 2.000 chilometri di distanza dalla superficie terrestre. D'ora in poi, però, anche se non lanciassimo più nulla in orbita ed eliminassimo tali errori, i frammenti potrebbero moltiplicarsi a causa delle collisioni fra gli oggetti già presenti.

Ma qual è il vero problema legato a questi oggetti? Lo abbiamo chiesto al dottor Luciano Anselmo, esperto di dinamiche orbitali del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) di Pisa. «Questi oggetti percorrono le proprie orbite con velocità medie di circa 36.000 chilometri orari. Un eventuale impatto a queste velocità può avere delle conseguenze disastrose.

Non si è trascurato il fenomeno, per caso? No, il fenomeno era stato previsto più di trenta anni fa e dai primi anni '80 si è cominciato a mettere in atto misure per fronteggiare il deterioramento della situazione. Innanzitutto cercando di rimuovere le cause che provocano l'esplosione accidentale degli stadi abbandonati in orbita ed evitando di provocare delle frammentazioni intenzionali ad altezze dove l'azione dell'atmosfera residua non è in grado di ripulire rapidamente lo spazio. Iniziative che hanno ricevuto ulteriore impulso con la creazione dell'Iadc (Inter agency space debris committee, ndr).

Ovvero? Il Comitato di coordinamento per lo space debris che riunisce le 11 principali agenzie spaziali del Pianeta per studiare soluzioni concordate al problema. Negli ultimi 15 anni sono stati ottenuti successi come lo spostamento dei satelliti geostazionari a fine vita su un'orbita più alta detta "cimitero". Il problema principale di tutte queste misure, al di là del loro ragionevole costo, è costituito dal fatto che non tutti gli attori coinvolti sono stati ugualmente diligenti e solleciti nell'adottarle.

Magari perché già proiettati a proporre nuove soluzioni come i cavi elettrodinamici? Qui il discorso cambia, perché il recupero attivo di oggetti già nello spazio è invece tremendamente costoso. Tutte le soluzioni proposte presentano svantaggi e impedimenti tecnici da superare. Ecco perché non ci sono delle soluzioni veramente a portata di mano per il recupero dei vecchi oggetti. Quanto ai cavi elettrodinamici, rappresentano una tecnologia promettente, ma presentano degli inconvenienti di non facile soluzione. Per esempio, essendo sottili, lunghi e dovendo funzionare per anni, possono essere facilmente troncati dall'urto con i detriti piccoli.

C'è anche chi propone di sfruttare i laser da terra per disturbare l'orbita degli oggetti quando diventano pericolosi. Sistemi di questo tipo potrebbero essere usati per far perder quota a oggetti compresi tra uno e 10 centimetri su orbite molto basse. I costi non sarebbero proibitivi, ma anche in questo caso ci sono diversi problemi. Le proprietà dei detriti, infatti, non sono note, quindi la loro traiettoria non è facile da predire anche perché potenzialmente influenzata dalla massa di altri oggetti. Dopo l'impatto con il laser, poi, il detrito potrebbe frammentarsi e non essere più gestibile.

Insomma, ci sono buone speranze almeno per mitigare il fenomeno? Se si evitano le divisioni politiche intenzionali, come i test antisatellite ad alta quota, la nostra tecnologia può contribuire alla soluzione per circa il 90%. Se invece questa volontà non c'è, la scienza può fare ben poco per preservare alcune regioni dello spazio così importanti per le future generazioni.

Gianfilippo Parenti

01 Luglio 2009

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