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Fratture del suolo, fratture dell'anima

Nell'ultimo anno, partendo da quello de L'Aquila, sono stati diversi i terremoti di proporzioni devastanti. Cosa sta accadendo sotto i nostri piedi?

La terra trema, sempre di più e ovunque, seminando morte e terrore. Si muove in tutte le parti del globo, privando intere popolazioni di beni, anima, storia, ricordi.

Eppure un sisma di per sé non dovrebbe causare danni. A farlo è molto spesso l'irresponsabilità dell'uomo che conquista, bonifica (male) ed edifica zone che andrebbero semplicemente lasciate libere. Ma a parte le ataviche lacune quello che colpisce negli ultimi tempi, è la frequenza con cui si susseguono questi avvenimenti naturali. Motivo che induce a un'unica e semplice domanda: cosa sta succedendo sotto i nostri piedi?

Solo nell'ultimo anno, partendo dall'infausta notte de L'Aquila del 6 aprile 2009, sono stati almeno cinque i terremoti dalle proporzioni devastanti nel mondo senza calcolare le scosse di media intensità.

Quello che noi conosciamo come terremoto, è definito dagli esperti come una rottura con spostamento di due parti di roccia nella crosta terrestre, dovuto ai lenti movimenti tettonici. Movimenti delle palcche, grandi o piccole, che si spostano per la dinamica interna della Terra (nel mantello terrestre ci sono dei moti che trascinano le palcche stesse) avvicinandosi e allontanandosi tra di loro. Il tutto avviene lentamente e con velocità costanti: si va da qualche millimetro a qualche centimetro l'anno.

«Trattandosi di parti molto grandi, che si estendono anche per migliaia di chilometri, per farle muovere e spostare c'è bisogno di moltissima energia - commenta il dottor Alessandro Amato, dirigente ricercatore dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che ci supporta in questo nostro viaggio cognitivo - Però ai margini di queste placche ci sono delle zone, le faglie, che sono bloccate e di conseguenza impediscono il movimento continuo quasi ovunque. Succede così che proprio sulle faglie si accumula uno sforzo, uno stress, che può essere rilasciato soltanto quando la resistenza delle rocce viene superata da questo carico».

Il fatto che i terremoti siano più o meno grandi è dovuto alla complessità della crosta - non è omogenea, è molto articolata, con diversi tipi di roccia, fluidi e temperature diverse - e fortunatamente non ce ne sono in grado di rompere l'intero margine di placca, ma solamente dei piccoli pezzi. Il terremoto de L'Aquila, ad esempio, ha rotto una faglia di 15-20 chilometri (quasi trascurabile considerando la grandezza delle grandi placche) mentre quello del Cile ne ha rotta una di 500 km liberando una forza energetica impressionante.

Ma dopo L'Aquila è stato il turno di Haiti, della Turchia, del Cile e del Giappone: tanti movimenti "importanti" della crosta terrestre che creano il dubbio se vi sia qualche nesso oppure semplice casualità. «Casualità no - spiega Amato - visto che ogni anno nel mondo accadono decine di terremoti forti, centinaia e migliaia di piccoli. Se guardiamo statisticamente agli ultimi dieci anni, vediamo che in ognuno di essi c'è stato in media un terremoto di magnitudo superiore a otto. Quindi molto forte come quello del Cile. Nello stesso periodo sono stati circa 10-15 i terremoti di magnitudo superiore a sette e 100-200 di magnitudo superiore a sei».

In sostanza i terremoti ci sono sempre e da sempre, soprattutto forti. In Italia in media, quelli che si registrano ogni anno sono compresi tra i 6.000 e gli 8.000. Ci sono ovviamente dei picchi: nel 2009, con lo sciame sismico abruzzese, l'Ingv ha registrato 30.000 scosse. Ma quelli che vengono percepiti non superano il 5%. Il minimo che si riesce ad avvertire, anche se dipende molto dalla zona, arriva anche sotto la magnitudo uno. Dalla 2,5 la popolazione è in grado di sentirli nitidamente.

Il motivo per cui nell'ultimo periodo si presti maggiore attenzione al suolo è dovuto probabilmente all'effetto L'Aquila, almeno per quanto rigurada l'Italia, e dal fatto che i sismi recenti abbiano riguardato zone altamente popolate. «Se il terremoto abruzzese fosse capitato nell'area del Parco d'Abruzzo, non avrebbe provocato i danni che ha fatto su una città di 70.000 abitanti - dice il ricercatore Ingv - Ad Haiti è andata ancora peggio visto che il terremoto sopra sette di magnitudo ha colpito una città povera, di oltre due milioni di abitanti. Quello del Cile, invece, non ha fatto moltissimi danni rispetto alla magnitudo e considerando che ha interessato circa 600 km di territorio, con spostamenti sulla faglia di molti metri».

Il Cile non è nuovo a questi avvenimenti: fu proprio li che nel 1960 venne registrato il sisma più forte dell'era moderna: 9,5 della scala Richter. Qualcosa di inimmaginabile e clamoroso. In termini pratici vuol dire centinaia e centinaia di km di territorio spostati di 20-30 metri una sopra all'altro. Un fenomeno che, come spiegano gli esperti, non potrà mai accadere dalle nostre latitudini ma che vuol dire modificazioni profonde nella morfologia del territorio, nella costa e del tessuto urbano sovrastante.

«I terremoti fortissimi che avvengono sulla linea di costa - conferma Amato - come quello di Sumatra del 2004, di poco più basso di quello del Cile nel 1960, possono portare alla morte di un intero ecosistema basato su equilibri molto delicati. O anche allo spostamento della barriera corallina con a catena cambiamenti a livello biologico importanti».

Ma è possibile che in luoghi colpiti da scosse di proporzioni devastanti la situazione possa riproporsi nel breve periodo? Teoricamente no, almeno direttamente, visto che la faglia di riferimento dovrebbe aver rilasciato tutto lo stress e l'energia acculmulati in centinaia di anni. Ma è pur vero che potrebbero attivarsi quelle limitrofe a zone già colpite: nel caso de L'Aquila, ad esempio, le faglie di Campo Tosto o del frusinate (maggior rischio sta, tra l'altro, dove da più tempo mancano terremoti).

«Noi impariamo dai terremoti - argomenta ancora l'esperto - I nostri sitemi di studio e monitoraggio dal 2000 in poi sono cresciuti e oggi sono all'avanguardia: riusciamo a capire cose che prima neanche ci aspettavamo». A livello tecnico, i primi strumenti di una certa qualità risalgono alla fine dell'Ottocento. In tal senso il sisma di Messina del 1908 e quello di Avezzano del 1915 rappresentarono un banco di prova importantissimo. Prima di allora ci regolava sulle cronache locali di danneggiamenti, crolli e via dicendo.

Ed è su quelle che si è basata buona parte della nostra normativa sismica. Una normativa che negli anni ha subito diverse e importanti integrazioni. «Ovvio che in luoghi dove i terremoti sono più frequenti, come in Sudamerica, Giappone e California - precisa Amato - l'aggiornamento in merito è più frequente. In Italia siamo a metà strada: in un secolo abbiamo avuto non molti terremoti devastanti, e questo ha contribuito a un fisiologico abbassamento della guardia. Ma dopo il sisma in Molise del 2002, è iniziata una revisione di tutto il processo legislativo che ha portato a un allineamento con le leggi internazionali. Sono stati introdotti provvedimenti all'avanguardia che però riguardano solo ciò che è stato costruito dal 2005 in poi. Sempre che chi ha costruito o approvato i progetti sia stato rispettoso della norma».

Un capitolo a parte riguarda la possibilità, da alcuni supposta, che i terremoti siano prevedibili in anticipo. Su questo i ricercatori non nutrono dubbi: «Non siamo ancora in grado di farlo, forse ci arriveremo. E comunque, in merito alla questione, si deve fare un distinguo tra la previsione deterministica e quella probabilistica». Con la prima siamo nel campo della precisione assoluta, con margini di errore minimi sia sul luogo del terremoto, che su giorno e magnitudo: dati questi che andrebbero forniti a ridosso dell'evento sismico e dovrebbero essere precisissimi.

«Per questo tipo di previsione siamo discretamente indietro, non ci sono ancora dei modelli che spiegano perchè si modifica il gas radon o il valore di qualche altra anomalia geofisica o geochimica. Sono cose che si verificano sempre a posteriori». Anche nelle zone più monitorate, come ad esempio la faglia di Sant'Andrea in California (oggetto di un grande studio negli anni '80 e '90), non si verificano mai segnali precursori.

C'è poi la previsione probabilistica, che si basa su variazioni di probabilità di avere un terremoto in una certa zona entro un certo intervallo di tempo. In genere l'intervallo di tempo significa anni. In base alle variazioni dei tassi di sismicità, di quanto è attiva una zona, si ipotizza che aumentino o diminuiscano le possibilità in base a un valore di riferimento. «Sono però probabilità molto piccole, - ribadisce Amato - perchè essendo il processo di caricamento di una faglia molto lungo, può durare anche 300 anni. La probabilità di prevedere un terremoto in un anno è molto piccola: siamo intorno allo 0,1%». Quando si riscontra uno sciame sismico la probabilità può salire dello 0,5% ma rimangono valori sempre bassi, non utilizzabili per azioni concrete.

A proposito di questo, lo sciame particolarmente intenso verificatosi nell'aquilano mesi e settimane prima del 6 aprile non poteva far pensare al disastro che si sarebbe verificato: «Il sospetto che qualcosa stesse per verificare era venuto: già a metà febbraio segnalammo la presenza di centinaia di scosse in corso e una situazione abbastanza anomala. Ma la certezza che potesse andare come è andata non ce l'avevamo assolutamente: se dicessi il contrario mentirei».

Nessun senso di colpa dunque, questo è il massimo che si può fare con i terremoti: informare su ciò che gli strumenti registrano. Già per i vulcani la situazione è differente. Ci sono dei vantaggi perchè intanto il luogo è localizzato, si conoscono le dinamiche che precedono le eruzioni (sono quasi sempre le stesse), si possono considerare i livelli di allerta in base ai quali procedere anche all'evacuazione se necessario. Ma per i terremoti tutto questo è impossibile, i segnali precursori non sono affatto chiari.

Le segnalazioni dell'Ingv non hanno il potere di far sgombrare una città. Quello che però si può fare è intervenire, preventivamente, in alcune zone dove il rischio terremoto si ipotizzi maggiore. «In questi mesi - spiega Amato - abbiamo ricevuto una precisa richiesta da parte della Protezione civile: un elenco di luoghi soggetti a particolare attività sismica. L'idea che vogliono mettere in pratica è quella di rinforzare gli edifici e le strutture particolarmente datate e a rischio. Solo che noi saremo costretti a fare scelte drastiche visto che i posti sono tanti e i soldi da investire un po' meno».

Ma per conoscere a fondo i terremoti bisognerà continuare a studiarli, visto che ancora sono molte le cose che non si sanno. Non si conosce ancora, ad esempio, il loro processo preparatorio: quello che avviene nei minuti e nei giorni precedenti su una faglia o nei suoi dintorni mentre si prepara la scossa.

«E' complicato saperlo perchè non è accessibile la zona, è difficile arrivarci calcolando che i terremoti si generano a 10 km di profondità. Ci sono iniziative che, malgrado i costi, stiamo cercando di perseguire anche in Italia e legate alla perforazione delle faglie. Un esperimento di questo genere è stato fatto su quella di Sant'Andrea, anni fa, bucando la stessa e riuscendo a capirne determinate caratteristiche. Ma studi del genere sono ancora una goccia nel mare».

Oltre all'aspetto organizzativo e di coordinamento internazionale bisogna anche tener presente lo stato attuale della ricerca nel nostro Paese. Malgrado negli ultimi dieci anni l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia abbia avuto una crescita importante, con risultati lusinghieri soprattutto nella qualità e quantità dei dati prodotti, le difficoltà sono tutt'altro che superate.

«Non possiamo che registrare negli ultimi tempi - conclude Amato - problemi organizzativi legati alla mancanza di prospettive a lungo termine per i nostri giovani ricercatori, i quali hanno subito anche un importante blocco delle assunzioni. Tutto questo crea disagi soprattutto quando si vogliono fari programmi di lavoro più in là con il tempo e si debbono studiare processi che hanno bisogno di centinaia anni per definirsi».

C'è bisogno di certezze nel settore, dunque, unite alla necessità di non mortificare ulteriormente il comparto scientifico italiano. Non è possibile ricominciare sempre da capo, non si possono far "scadere" figure professionali (specializzate con fatica negli anni) e renderle "inutilizzabili" per stucchevoli motivi di età o di fondi. Le attività formative, in ambito geofisico, sono complesse, costose e fondamentali: in Italia, infatti, non esiste una facoltà universitaria specifica (o si è fisici o geologi). La terra trema, le case crollano ma almeno non facciamo scappare i nostri "cervelli".

Francesco De Luca

19 Aprile 2010

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