Focus

Masi, L'Aquila nel cuore:
«Non lasciarla sola»

La storia del campione dell'Itlalia del rugby, aquilano, che gioca all'estero. Con i compagni di nazionale al fianco della città: «C'è ancora da fare»

 «Già quando ti squilla il telefono in piena notte capisci che è successo qualcosa di brutto. Rispondi col terrore addosso. E la sensazione, quasi sempre, è giusta. E’ successo così anche quella volta».

Andrea Masi, 30 anni appena compiuti, stella del rugby azzurro (sua la meta decisiva che ha permesso all’Italia di battere la Francia lo scorso 12 marzo dopo un’attesa durata 14 anni), ma, soprattutto, aquilano.

Nato a L’Aquila, cresciuto a L’Aquila, diventato uomo ancora prima che campione tra i monti dell’Abruzzo. Quando, quel 6 aprile, la terra ha tremato cambiando per sempre la vita di migliaia di persone, lui non c’era. Era in Francia, dove gioca. Oggi è a Parigi, allora pure, appena trasferitosi da Biarritz, cittadina basca sul mare meta di vip e turismo di lusso.

Niente di più diverso da L’Aquila: «Per ore – racconta ad I AM -Informazione&Ambiente – ho cercato di mettermi in contatto coi miei genitori, ma i telefoni erano isolati e non riuscivo a parlarci. Ho pensato di tutto, guardavo la tv, avevo la connessione internet accesa ma sembrava che i minuti non passassero mai. Senza dubbio la notte più lunga della mia vita».

Accanto a lui la fidanzata, aquilana anche lei, per un dolore da condividere (o raddoppiare) in due. «All’alba finalmente sono riuscito a sentire i miei e mi sono un po’ tranquillizzato».

All’angoscia personale ha fatto seguito il dolore per una città ferita: le immagini che trasmetteva la tv erano devastanti, Masi vedeva i posti in cui era cresciuto diventati improvvisamente cumuli di macerie. In prima linea, per aiutare la gente, quel Massimo Mascioletti, bandiera dell’Italia prima come giocatore e poi come allenatore.

A lui si deve la scoperta di Masi: esordio in serie A a soli sedici anni, con la maglia neroverde de L’Aquila, debutto in Nazionale ventiquattro mesi dopo proprio con Mascioletti in panchina. Dove? Al Fattori, il mitico – per chi ama la palla ovale – stadio aquilano.

«E’ vero – aggiunge Andrea – per noi quell’impianto è qualcosa di speciale. Io sono tornato a casa una settimana dopo il terremoto. Con tutti gli impegni che ho non riesco a farlo spesso e quando vado resto per un giorno, massimo due. Quella volta però dovevo andare. Pensavo di essere preparato a quello che mi aspettava. Invece no. Quando ho visto dal vivo quello che avevo osservato solo in tv mi sono reso conto che il terremoto aveva davvero distrutto la mia città».

Guardare il Fattori poi, è stata una pugnalata: «Lo stadio in cui avevo giocato le prime partite, lo stadio dei miei ricordi più importanti, era diventato un’enorme tendopoli. In quel momento, davvero, ho realizzato che cosa era stato il terremoto».

Da quel giorno lui e Festuccia, altro aquilano che gioca in Nazionale, si sono dati da fare per aiutare in tutto e per tutto la loro città. I compagni azzurri non li hanno lasciati soli, tanto che nella partita amichevole (nel rugby si chiama test match) contro le Isole Samoa ad Ascoli del novembre di quell’anno, tutta la squadra ha indossato la felpa con scritto “Forza L’Aquila”.

A maggio 2010 poi, 13 mesi dopo quel 6 aprile, il mondo del rugby si è ritrovato, sempre al Fattori, per la partita “Una meta per Haiti”, amichevole organizzata dallo sponsor azzurro Peroni per unire due Paesi, e due popoli, così duramente colpiti. «Il nostro spirito – dice ancora Masi – è questo. Così come in campo, anche nella vita, bisogna sempre dare sostegno al compagno in difficoltà. Per me, così come per Carlo (Festuccia, ndr) era naturale farlo, visto che siamo aquilani ed erano coinvolte le nostre famiglie, ma anche gli altri sono stati straordinari».

Adesso che sono passati due anni, l’obiettivo è non far spegnere i riflettori su L’Aquila: «Le cose stanno migliorando, ma c’è ancora tanto da fare. L’importante – conclude Masi, per gli amici Masò – è non dimenticare. Anche perché il popolo aquilano ha un grande orgoglio e una grande dignità, ma non dobbiamo lasciarli soli».

Chiara Zucchelli

05 Aprile 2011

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