Delocalizzazione produttiva: una scorciatoia contro la tutela ambientale?

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Delocalizzazione

Il fenomeno della delocalizzazione produttiva è sicuramente complesso e non di facile risoluzione, ma questo non significa che vada accettato e che non sia necessario trovare delle soluzioni alternative. Nata in risposta alle crescenti necessità economiche, la delocalizzazione sta assumendo delle dimensioni davvero molto significative, con ricadute non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale. Un problema che riguarda da vicino anche l’Italia e migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro, in nome di una globalizzazione e di un progresso che forse ci stanno sfuggendo di mano. 

Delocalizzazione: di cosa si tratta?

DelocalizzazioneIn economia, la delocalizzazione è la dislocazione della produzione industriale in regioni o stati diversi da quelli in cui è presente la sede organizzativa dell’azienda. In sostanza, attraverso la delocalizzazione è possibile dislocare interi settori produttivi industriali al di fuori dei confini, generalmente in Paesi in cui la manodopera ha costi inferiori e non si devono fare i conti con rigide politiche ambientali. Si tratta di un fenomeno ormai diffusissimo, che ha preso piede anche in Italia con conseguenze a volte disastrose sia dal punto di vista sociale che per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente nelle zone interessate.

A trarre i maggiori benefici dalla delocalizzazione produttiva sono in primis le aziende, che devono sopportare minori costi in generale. Alcuni vantaggi riguardano anche i Paesi in cui vengono importate le sedi produttive, ma a guardare da vicino in realtà sono molti di più i danni che i benefici effettivi. A pagarne un prezzo amaro sono invece i lavoratori che vengono considerati in esubero nel Paese di origine e che perdono il loro impiego.

Gli effetti socio-economici della delocalizzazione

Come abbiamo appena accennato, la delocalizzazione determina delle conseguenze importanti a livello socio-economico, sia nei Paesi di origine che in quelli acquisiti. I lavoratori considerati in esubero si ritrovano all’improvviso senza un impiego e questo va ad incidere naturalmente sull’intero sistema economico del Paese di origine, che oltre a questo deve fare i conti con una sempre minore specializzazione a livello industriale. Di contro, nel Paese che ospita le nuovi sedi produttive delle industrie, si aprono le porte a nuovi posti di lavoro ma con effetti che non si possono trascurare sull’ambiente.

Gli effetti ambientali della delocalizzazione

Lo spostamento delle sedi produttive in altri Paesi nasce anche dall’esigenza di bypassare le rigide norme poste a tutela dell’ambiente che in Europa e nel mondo occidentale rappresentano un vero problema per la crescita industriale. Le aziende, per evitare di pagare gli ingenti costi che deriverebbero da una politica più ecologica, non fanno altro che spostare le attività inquinanti nei Paesi in via di sviluppo. Qui non esistono ancora norme particolarmente rigide e questo consente di aprire industrie e stabilimenti senza dover sopportare tutte le spese che sarebbero invece previste nel Paese di origine. Ne consegue che l’ambiente non risulta più tutelato e che il problema legato all’inquinamento viene semplicemente spostato dall’altra parte del mondo. La delocalizzazione quindi ha molti lati ancora oscuri che meriterebbero di essere presi al vaglio e regolamentati maggiormente, per evitare che le problematiche tipiche dei Paesi sviluppati vengano trasmesse anche a quelli che per il momento possono ancora vantare un ambiente incontaminato.

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